Charles Larmore, Dare ragioni, Pref. di Ugo Perone, ed. Rosenberg & Sellier, Torino, 2008, pp. 152
Riportando il testo delle lezioni seminariali tenute per la Scuola di Alta Formazione Filosofica “L. Pareyson” nel novembre del 2007, oltreché il testo della consueta conferenza mediante la quale la Scuola apre le porte alla società offrendo l’opportunità di un incontro con la filosofia di pensatori del nostro tempo, questo libro raccoglie gli esiti provvisori del pensiero di Charles Larmore, filosofo statunitense già discepolo di Quine, formatosi anche sulla filosofia continentale oltre che, in seguito, alla scuola di filosofia politica di John Rawls, con il quale può essere ritenuto a ragione uno dei fondatori del liberalismo politico.
Il libro che presentiamo affronta in cinque capitoli, che trovano una certa correlazione sistematica, i problemi dell'esperienza morale in generale, del rapporto tra storia e verità, della natura delle norme e delle ragioni dell'agire morale, della struttura della soggettività - che qui assume come statuto primo proprio la relazione morale -, e infine dei rapporti fra morale e politica.
Sebbene l'impianto dell'opera possa apparire strutturato come un vero e proprio Sistema filosofico, il procedere di Larmore non nasce come il tentativo di rendere ragione dei vari problemi esposti facendo ricorso ad un unico pensiero guida, piuttosto il suo percorso filosofico parte da certuni problemi e, cercando di dare riposta agli stessi, s'imbatte in ulteriori difficoltà che poi vengono affrontate e risolte in un unicum. Dunque quella sistematicità che appartiene almeno formalmente al libro non è che l'esito di un procedere di problema in problema trovando relazioni e tessendo legami. D’altra parte, riferendosi agli argomenti proposti da Larmore, si è abitati a parlare di risultati provvisori in accordo con la sua stessa teoria di storia della filosofia che va sotto il nome di “legge della conservazione dell'imbarazzo”, secondo la quale ogni teoria filosofica - e quindi anche la sua - per quanto possa risultare convincente per più di un aspetto, sarà sempre suscettibile di una critica decisiva portata da un ulteriore punto di vista. Ciò non significa che si dovrà abbandonare definitivamente l'intera teoria posta sotto esame, ma che piuttosto sarà il caso di conservarne quelle parti che mantengono una certa coerenza e che convincono anche la posizione critica assunta.
Questa legge proposta da Larmore se da un lato impedisce un pensiero rigorosamente sistematico e conchiuso, dall'altro agevola l’idea di un sapere filosofico che procede per errori e per accumulazione, un po’ come avviene in campo scientifico, così salvando la possibilità per la verità intesa come guida e fine di un inesausto movimento del sapere.
Da questa concezione di verità deriva una certa “eterogeneità della morale” che fa sì che essa non possa essere determinata da un’unica dottrina che si ritenga sempre e comunque sufficiente a dirigere l’azione morale ed eventualmente a dirimere i conflitti che si possono presentare dinanzi all’individuo. Sebbene Larmore finisca per propendere in filosofia politica per una teoria deontologica basantesi sul “principio dell’uguale rispetto”, come primo principio del liberalismo politico, tuttavia egli ritiene che in morale non vi sia una dottrina capace di rispondere autonomamente ai casi particolari che si vengono a porre.
Al di là della teoria consequenzialista, mutuata dall'utilitarismo, e dalla teoria deontologica, erede del kantismo, si deve sempre tener conto dei cosiddetti doveri parziali alla cui osservanza un individuo è eminentemente tenuto, in considerazione dei particolari legami che egli intrattiene con le persone a lui più prossime. Ne consegue una filosofia morale che riconosce alla Ragione il compito di individuare le ragioni delle azioni morali e le risoluzioni da adottare, senza abbandonarsi ad una sola teoria valida in ogni caso. Per Larmore del resto non v’é nulla di misterioso nel fatto che agiamo moralmente: “La morale è ciò che la coscienza ci dice” ed essa dipende sia da una capacita naturale, sia da un'educazione culturale. Se la capacità naturale consiste nella facoltà che ci è data di guardarci da fuori, l’educazione culturale è ciò che ci consente di assumere quel dato punto di vista. In definitiva la Ragione è la facoltà che riconosce le ragioni del nostro agire le quali non sono dipendenti dalla nostra mente, ma hanno anzi una loro realtà indipendente. La Ragione risulta dunque essere ricettiva rispetto a questo “platonismo delle ragioni”, e scopre la loro normatività a partire dal loro essere relazioni fra certi fatti nel/del mondo e le nostre possibilità d'azione.
Un tale quadro ha ricadute anche sulla forma della nostra soggettività, la quale non si qualifica più con Larmore come un rapporto cognitivo con se stessi e con le nostre esperienze, bensì come un rapporto pratico o normativo. L'Io (il self, come lo chiama Larmore per avvicinarlo alla nostra esperienza quotidiana e dunque liberarlo dalle costruzioni filosofiche) sarebbe quel rapporto che ciascuno ha con se stesso in virtù del fatto di avere credenze o desideri che lo inducono ad agire. Secondo Larmore, l'Io non avrebbe una conoscenza intuitiva di sé, bensì si costituirebbe nella responsabilità all’azione, come impegno a dare ragioni a ciò che pensa e crede.
L’intero procedere della trattazione sembra diretto a sostenere l'idea di un liberalismo politico, inteso come filosofia politica. Tuttavia, come si è già accennato, l'ambito politico, che è da intendersi come il tentativo di risolvere “problemi comuni per mezzo di norme garantite da un'autorità collettivamente vincolante” e dunque anche attraverso l'uso della forza, rispetto alla morale rappresenta un campo più limitato che “non deve fare affidamento su tutta la verità di cui possiamo disporre, perché essa potrebbe non promuovere gli scopi della politica”, piuttosto dovrebbe fare affidamento solo sulla verità che consideriamo rilevante agli scopi della politica. Alla domanda che sintetizza la funzione politica “quali norme devono essere imposte e quali no?” può dare risposta non l'intera morale che anzi potrebbe bloccare il processo politico, bensì quella che Larmore definisce morale essenziale, ovvero la “comprensione morale che pensiamo si sviluppi da una prospettiva politica o che sia adatta a scopi politici”.
Se l’associazione politica - come scrive Larmore accogliendo le riflessioni di Weber – è “quel tipo di associazione che riposa sull’uso legittimo della forza per assicurare la conformità alle proprie norme”, il liberalismo politico è quella filosofia politica che salvaguarda i principi liberali che rappresentano le libertà fondamentali degli individui e le risorse materiali e sociali necessarie per garantirle. Ora, se il liberalismo classico tracciato da Locke, Kant e J.S. Mill, poneva alla base dei principi liberali una concezione individualista della vita, il liberalismo politico proposto da Larmore si appoggia su di un principio che precede la stessa volontà individuale e generale degli associati, ossia il principio dell’uguale rispetto, secondo il quale “i principi politici giusti sono quelli che tutti hanno ragione di accettare sulla base della clausola, cioè a condizione che anch’essi siano impegnati a fondare l’associazione politica su principi ragionevolmente accettabili da tutti”. Secondo Larmore, in ambito politico questo principio deontologico dovrebbe essere fondamentale e i principi consequenzialisti dovrebbero essergli subordinati.
Come lo stesso Larmore ammette, in filosofia politica non dobbiamo fare ricorso a tutta la verità di cui possiamo disporre, e del resto la definizione di base che scegliamo per descrivere l’oggetto della politica condiziona inevitabilmente la teoria che ne segue. Ciò non indebolisce in alcun modo l’attuabilità del liberalismo politico proposto da Larmore, ma lo espone senz’altro a critiche sul piano teorico.
Se il liberalismo politico vale come costruzione e applicazione pratica, questo non significa che sia legittimato in termini universali a partire dal principio dell’uguale rispetto. Tale principio è sicuramente universalmente accessibile, come scrive Larmore, ma ciò non significa che sia universalmente condivisibile. La teoria di Larmore è che un certo progresso morale e culturale conduca a tale principio primo e ai principi liberali ad esso connessi, ovvero disponga nelle condizioni di accesso ad un punto di vista naturale, che vede nell’altro un essere di cui avere rispetto e dal quale si possa ragionevolmente attendere il rispetto medesimo. Eppure i principi liberali e la connessione che oserei definire naturale con l’individualismo espongono in maniera essenziale lo Stato liberale a divisioni e conflitti di interessi che non possono essere risolti nel principio dell’uguale rispetto, e che piuttosto andrebbero colti nella carica vitale che esprimono, la quale in fondo costituisce la base di ogni onesto liberalismo che si riconosca, così come è nella sua essenza, come un pericoloso equilibrio fra libertà e conflitto.
sabato 31 gennaio 2009
Recensione a Dare Ragioni di Larmore
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sabato 24 gennaio 2009
Religione, etica e laicità
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mercoledì 7 gennaio 2009
Ha ragione Cannavaro, ma...
Che un film come Gomorra non contribuisca a dare dell'Italia un'immagine positiva è senz'altro vero, ma è pur vero che tale immagine, seppur parziale, è frutto della realtà. Il problema di romanzi di denuncia o film incentrati sul tema sfaccettato della mafia non sta nella loro legittima e anzi auspicabile pubblicazione, bensì in una ricezione che non ha saputo ancora (mi auguro) tramutarsi in una coscienza pubblica nazionale (e insisto sul fatto che il problema sia di rilevanza nazionale e non locale), capace di opporsi con ogni mezzo e fino in fondo al male che tali denunce descrivono.
Se il libro di Saviano viene letto da un distratto triestino sulla spiaggia di Finale ligure solo perché questi possa sentirsi sollevato dal fatto di vivere lontano e al riparo da quella realtà, non ha forse ragione Cannavaro?
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lunedì 17 novembre 2008
Presentazione milanese con Cacciari
Si è svolta sabato scorso "in una splendida cornice di pubblico" (come dicono quelli che parlano bene!) la prima presentazione pubblica di VERTIGINI DELLA RAGIONE. Massimo Cacciari ha introdotto i temi guida del mio libro aprendo nuove prospettive di studio e di riflessione, e presto ve ne parlerò più diffusamente.
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argomento: cacciari, nietzsche, presentazioni, schelling, vertigini della ragione
martedì 11 novembre 2008
Massimo Cacciari presenta il 15 novembre a Milano Vertigini della Ragione
Alla Feltrinelli di via Manzoni 12, alle h. 17,30
Il sito dell'editore Rosenberg & Sellier
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argomento: cacciari, filosofia, letture, nietzsche, presentazioni, schelling, vertigini della ragione
lunedì 3 novembre 2008
Il Centro Studi Pareyson per i novant'anni dalla nascita del filosofo
Segnalo due straordinarie occasioni di discussione e approfondimento del pensiero del filosofo e vero Maestro Luigi Pareyson in programma a Torino questa settimana:
Mercoledì 5 novembre presso la Sala Allara del Rettorato in via Verdi 8 Seminario di discussione su Pensiero espressivo e pensiero rivelativo e Filosofia della Libertà di Luigi Pareyson per i novant'anni dalla nascita dell'autore scomparso nel 1991.
Giovedì 6 e venerdì 7 presso il Goethe Institut in piazza San Carlo si terrà il convegno internazionale Pareyson interprete di Schelling.
mercoledì 29 ottobre 2008
E' in libreria VERTIGINI DELLA RAGIONE, pref. di Massimo Cacciari
Al culmine della razionalità moderna, giunti ad avvertire le vertigini della ragione, quel misto di fascinazione e repulsione che afferra l’uomo dinanzi all’impossedibile fondo dell’Esistente, Schelling e Nietzsche – antesignano e vetta estrema della krisis - si rivolgono all’Originario che, in quanto è Volontà che si converte in assoluta Libertà, è in grado di fondare un nuovo inizio, superando la deriva nichilista prodotta dalle false unità del Sistema hegeliano.
Un nuovo inizio che è un pericoloso equilibrio tra la forma che l’essere anela sempre ad assumere e la Libertà che da ogni forma è sciolta: un tragico gioco tra apollineo e dionisiaco che segna il pensiero di Nietzsche e che Schelling risolve nell’amore per l’esistente che continuamente vince il poter-non-essere della Libertà, in un esito non dissimile dalla immagine dell’Oltreuomo nietzscheano, «la cui volontà – scrive Massimo Cacciari nella Prefazione – si apre alla Libertà come essenza dell’Essere».
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argomento: attualità, filosofia, nietzsche, schelling, vertigini della ragione
domenica 26 ottobre 2008
Alla "piazza" di plastica del Pd preferisco la Juventus
Al di là della solita retorica democratica che deve necessariamente riconoscere il valore di una "piazza" quale che sia, mi è sembrato di assistere ad una kermesse artificiale sempre più di stampo american-forzista. Siamo allo scontro fra patinate demagogie: un teatrino nel quale non trovo maschere a cui affidare il mio voto.
Che con la Crisi non si debba protestare nelle piazze è un'assurdità pura e semplice (a maggior ragione anzi si dovrebbe!), ma nel Pd manca la spontaneità e la forza di cambiare realmente lo stato delle cose.
Preferisco la menzogna ormai s-velata del calcio, preferisco gustarmi una vittoria sul Real Madrid e un successo sui cugini-amici del Toro, e sperare che la Signorina possa tornare grande. Somma decadenza, lo so!
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venerdì 24 ottobre 2008
Il Rettore dell'Università degli Studi di Torino convoca per giovedì 13 novembre un Senato Accademico aperto a tutte le componenti
"E’ fuor di dubbio, al di là di ogni interpretazione politica e di ogni polemica di parte, che i provvedimenti del governo in materia di Università risultano profondamente penalizzanti specie per quegli Atenei che in questi anni hanno tenuto una condotta virtuosa in tema di impiego delle risorse, badando ad esempio a non superare il limite del 90% nel rapporto retribuzioni del personale/FFO e operando in sede locale, con gli enti territoriali e le fondazioni ex-bancarie, al fine di elaborare progetti di finanziamento per la ricerca, favorire l’inserimento di giovani ricercatori, promuovere l’internazionalizzazione specie ai livelli più alti della formazione universitaria.
Con profonda lungimiranza, inoltre, fin dal 2002 l’Università di Torino ha concepito un piano per l’organico, sia relativo ai docenti sia relativo al personale tecnico-amministrativo, che, valutando in anticipo le cessazioni sicure di anno in anno fino al 2012, ha consentito alle Facoltà e all’Ateneo di conoscere con certezza l’ammontare delle risorse disponibili e di utilizzarle nei modi più opportuni in rapporto alle necessità didattico-scientifiche; ciò ha permesso di eliminare motivi di contenzioso all’interno e fra le facoltà, di pianificare a medio e lungo termine il turn-over, di ottimizzare l’attività degli uffici amministrativi con un’adeguata distribuzione delle risorse umane e, inoltre, di celebrare un numero di concorsi (soprattutto di ricercatore, fino al 70% circa del totale delle valutazioni comparative espletate) tale da rinnovare per oltre un terzo in pochi anni l’intero parco docenti dell’Ateneo.
Una simile politica e un simile ricambio hanno avuto ricadute positive anche sui risultati della didattica e della ricerca come dimostrano gli esiti della valutazione compiuta dal CIVR, Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca, resi pubblici due anni or sono (la valutazione riguardava il trienno 2001-2003) ed usati anche nel modello per il calcolo e l’attribuzione del FFO dal CNVSU.
Ora tale sforzo rischia di essere compromesso da scelte che paiono giustificate non da un vero e proprio progetto di riforma e di rinnovamento del sistema universitario italiano, che di riforme organiche e durature avrebbe sicuramente bisogno, bensì da una mera esigenza di fare cassa risparmiando in ogni settore della pubblica amministrazione, compresi appunto quelli della Scuola, dell’Università e della Ricerca, in una prospettiva quanto meno miope del ruolo che formazione, università e ricerca debbono svolgere nella società globalizzata quali esclusivi motori di sviluppo e innovazione. Ciò che soprattutto spiace è che dopo reiterati e assolutamente condivisibili discorsi sulla necessità di applicare metodi meritocratici nella distribuzione delle risorse pubbliche destinate all’Università, si compiano tagli generalizzati e indiscriminati che, di fatto, penalizzano chi è stato virtuoso economicamente e ha prodotto esiti di ricerca apprezzati e ottimamente valutati e premiano chi invece non ha badato a sprechi e ha prodotto risultati scientifici meno esaltanti.
Su un altro versante il blocco del turn-over al 20% rappresenta un grave pregiudizio per le speranze di molti giovani in procinto di accedere alle carriere della ricerca e sicuramente alimenterà, per un verso, nuove massicce fughe di cervelli all’estero e, per l’altro, sottrarrà generazioni di validi giovani all’attività scientifica pubblica con enorme danno per il paese. Sembra cioè di percepire nelle scelte del ministero un’attenzione tutta diretta alla contingenza economica, che impone di limitare al massimo e senza discrimine la spesa statale, e una visione non corretta e non accorta del ruolo dell’Università pubblica, che - a mio avviso - continua ad essere il perno del nostro sviluppo in senso scientifico, economico, civile ed etico, specie in una realtà come quella italiana ove le industrie sono di dimensioni troppo modeste per affrontare in proprio le spese per ricerca e innovazione o - ancor meno - per finanziare fondazioni universitarie private.
Per discutere della situazione del nostro Ateneo e dell’Università italiana in questo momento cruciale di passaggio ritengo opportuno un confronto collettivo all’interno di un Senato Accademico aperto a tutte le componenti dell’Università di Torino (docenti, personale, studenti), nel quale sarà possibile intervenire ed esprimere le proprie valutazioni. Tale riunione si svolgerà in Aula Magna nella giornata di giovedì 13 novembre alle ore 15.00."
Il Rettore Prof. Ezio Pelizzetti
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argomento: attualità
giovedì 9 ottobre 2008
Senza parole
Qualche mese fa, in una sessione d'esame uno studente interrogato su Feuerbach risponde con un audace, e non richiesto, confronto fra Feuerbach appunto e Nietzsche, criticando aspramente quest'ultimo e dubitando in maniera sprezzante del suo nichilismo attivo. Tutto un discorso controverso e intricato, ma denso di una forte convinzione personale, che si conclude all'incirca così: "del resto, io non ho mai letto una riga di Nietzsche e, per scelta, non intendo farlo in futuro"
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